domenica 22 aprile 2012
22 Gli Appennini
«Suvvia, non sapete di trovarvi sugli Appennini?»
«Dite sul serio?»
«Certamente», aggiunse l’uomo, «a mille metri
d’altezza!».
Constatata l’impossibilità di aggiustare l’auto
con i mezzi a nostra disposizione, fummo invitati
in casa del signor Sandro. Provammo a metterci
in contatto telefonico con l’unico meccanico presente
nel raggio di venti chilometri. Ci promise
che si sarebbe fatto vivo il giorno successivo.
«Nel frattempo potete fermarvi qui!», ci disse la
moglie Mara, «Spero vi piaccia il cappone».
«Ah sì…sì», rispose Marco un po’ imbarazzato.
Una cena squisita!
Mara ci sorrideva spesso, esortandoci a mangiare;
la figlioletta Noemi, invece, osservava silenziosa.
Sembrava proprio una famigliola per bene, e quando
ci proposero di pernottare da loro, accettammo
di buon grado.
Ci sembrò davvero una grande fortuna l’aver incontrato
gente tanto cordiale, ma ebbi una sorpresa al
momento di recarmi a letto. Dopo aver salutato i
miei amici, notai, dalla finestra della stanza, un’intensa
luce arancione filtrare dal vecchio portone
del granaio; incuriosito, scesi al piano terra e, lentamente,
mi avvicinai.
Cercai di usare molta cautela, credendo che all’interno
ci fosse un malintenzionato.
La porta era leggermente aperta e, con grande sorpresa,
vidi il signor Sandro scuotere, come un forsennato,
una bambola di pezza. Gli urlava contro
strane frasi come se fosse viva.
«Daria…non costringermi, non voglio più soffrire!».
Rimasi atterrito da quella scena, e pensai che fosse
uscito di senno.
«Chi l’avrebbe mai detto?», pensai.
Mi venne in mente che potesse essere un maniaco,
e sentii che avrei dovuto avvertire immediatamente
i miei due amici. Arrivato davanti alla porta della
loro stanza, provai a bussare, ma non mi udirono.
«Sibilla…ehi Sibilla, Marco….».
Nessuna risposta.
Mi decisi ad entrare; fortunatamente la porta non
era chiusa dall’interno.
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