venerdì 2 marzo 2012
8 Sulla via di Budapest
Nel primo pomeriggio ero già in viaggio per Budapest.
In quel momento mi sembrò una buona
decisione.
Il treno era davvero sgangherato, e mi ricordò
quelli della mia infanzia, quando, con la famiglia
al completo, ci recavamo a far visita ai parenti
lontani.
Nel primo tratto di viaggio, non feci altro che pensare
a ciò che successe quella mattina. Dubitavo di
essere in grado di raccontare ad alcuno una storia
così intensa e cruda. La sensazione che mi aveva
lasciato addosso, era impossibile da descrivere.
Fui distratto dagli schiamazzi di un ragazzo, che
sembrava aver alzato un po’ il gomito, e continuava
a passeggiare instancabilmente lungo il corridoio
del vagone. Canticchiava ritornelli incomprensibili,
con aria molto divertita. Ammetto che riuscì a sollevarmi
un po’ il morale e, quando feci la sua
conoscenza, capii che potevo fidarmi.
Scambiandoci le nostre esperienze, mi raccontò
che, a Zagabria, era stato picchiato e derubato da
alcuni malviventi.
I suoi averi ammontavano a dieci
dollari e una bottiglia di rum che, evidentemente,
aveva già scolato.
Non ci eravamo ancora presentati e rimediammo
subito.
«Mi chiamo Rodriguez y vengo dal Venezuela!»,
mi disse in italiano un po’ stentato.
Affermò di essere figlio di un ministro che, aggiunse,
lo avrebbe tirato presto fuori dai pasticci.
Gli chiesi, quindi, dove sarebbe sceso.
«Budapest», disse sorridendo.
«Che coincidenza, anch’io sono diretto lì!».
«Bueno, amigo!», esclamò entusiasticamente.
Scherzammo tutto il pomeriggio, e riuscì perfino a
farmi intonare dei buffi canti popolari.
Alle diciannove arrivammo a destinazione.
La stazione, ben curata ed accogliente, mi fece
davvero una buona impressione.
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